Fondi UE: CGIA Mestre vs Governo, dove sta la verità

Nel mezzo, come sovente accade tra soggetti - seri, un rinomato centro studi e il sottosegretario De Vincenti - che sanno di quello che parlano. Aldilà dei numeri quello che conta però è capire se la nuova governance in materia può aumentare l’efficacia dei fondi UE e punire chi non è in grado di usarli bene e appieno.

Claudio De Vincenti

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Il ponte della Liberazione ha visto un botta e risposta tra la CGIA di Mestre e il Governo sulla presunta mancata spesa dei fondi UE 2007-2013.

Il centro studi della CGIA di Mestre ha riferito che  il nostro Paese rischia di perdere 9,3 miliardi di euro di fondi UE, su 46,4 miliardi che l’talia aveva disponibili nel 2007-2013, da spendersi entro dicembre 2015: 6,6 miliardi destinati alle Regioni e 2,7 miliardi di competenza dello Stato centrale.

Il sottosegretario del governo De Vincenti in un’intervista al Corriere afferma che tutte le risorse disponibili sono state spese entro il 31 dicembre 2015, termine previsto dai regolamenti UE. Specifica che la CGIA si riferisce alla certificazione dei pagamenti, per cui c’è tempo fino al 31 marzo 2017.

La CGIA di Mestre conferma parzialmente quanto in realtà era già risaputo. Era noto infatti che ad un anno dalla scadenza dei termini per l’uso dei fondi l’Italia doveva ancora spendere 14miliardi di euro e che tale importo è stato poi impegnato grazie ad uno sforzo importante e coordinato tra task forces della Commissione europea, Presidenza del Consiglio, Agenzia di Coesione, Ministeri e Regioni.

Il problema è che i fondi sono stati poi impegnati su progetti “sponda o retrospettivi”, progetti cioè in genere già avviati e su cui era “più facile” completare gli investimenti per tempo, sperando nell’assenso della UE sulla riprogrammazione delle risorse.

Su questo punto De Vincenti fornisce qualche esempio: una tratta della metropolitana di Palermo, la linea sei della metro di Napoli e buona parte della banda ultralarga nelle aree a fallimento di mercato della Calabria.

La realtà è che in genere i progetti sponda o retrospettivi erano già probabilmente o in gran parte finanziati con altre risorse e che pertanto i fondi UE spostati su questi investimenti non esplicano veramente gli effetti che avrebbero dovuto.

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Le “preoccupazioni” della CGIA di Mestre sulla certificazione della spesa sono altrettanto reali, ma è anche vero che la riprogrammazione delle risorse è in qualche modo concordata con la Commissione europea e quindi non ci dovrebbero essere particolari sorprese, salvo forse sui fondi destinati agli strumenti finanziari gestiti dalle Regioni. Tali preoccupazioni credo siano comunque condivise dal Governo, perchè la rendicontazione e certificazione della spesa è materia complessa. La diatriba sui numeri potrà essere risolta solo dalla Commissione europea il prossimo anno.

L’ultima realtà che va ricordata e che smentisce - seppure di poco - De Vincenti è che alcuni fondi sono già stati restituiti a Bruxelles. Si tratta di 33 milioni  di euro del programma Attrattori Culturali, che alla scadenza intermedia non erano stati spesi, e del disimpegno di risorse per lo sviluppo rurale per l'1,15%, pari a circa 104 milioni di euro, pure questi cioè non spesi per tempo e quindi da restituire. Infine bisogna pure evidenziare che il Governo Monti chiese e ottenne la riduzione dei cofinanziamento nazionale per facilitare la spesa dei fondi UE 2007-2013. Meno risorse dunque complessivamente a disposizione della nostra economia.

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I danni quindi - per il momento - seppure esigui, ci sono. E non si capisce chi li pagherà. Probabilmente nessuno. Almeno ad oggi, a tre anni di distanza, non ci risulta che qualcuno abbia avviato procedure contro chi ha gestito il programma attrattori culturali. Certo è che in Italia abbiamo solo l’imbarazzo della scelta per spendere risorse economiche sui beni culturali.

Allora, visto che errare è umano ma perseverare è diabolico, il vero punto riguarda come si lavorerà con i Fondi UE 2014-2020.

L’ex ministro Trigilia in un’intervista al Corriere di diversi mesi fa asseriva che il problema principale è la governance di questo sistema, divisa tra governo, ministeri, regioni, autorità di gestione, controllo e audit.

La novità di questo settennato è un'Agenzia per la Coesione, che si avvia ora alla piena operatività e ha il compito di supportare ministeri e regioni nell’attuazione dei programmi. Non c’è più un Ministero per la Coesione ma una cabina di regia a Palazzo Chigi, presieduta appunto dal sottosegretario De Vincenti, tecnico di indubbio valore con un compito particolarmente difficile per l’intreccio di soggetti e norme che caratterizzano i fondi strutturali.

Difficile soprattutto perchè negli anni abbiamo perseverato nello sbagliare e l’uso dei fondi UE non è servito a molto, mentre in altri paesi hanno contribuito significativamente a migliorare le loro economie.

Una governance corretta e funzionante prevede attribuzioni chiare e definite di responsabilità. Chi non è capace di spendere tutti e bene i fondi disponibili nel 2014-2020 ne dovrà rispondere. Si cominci subito da chi non lo ha fatto nel precedente settennato.

Il Governo, in attesa della riforma della giustizia, una delle più urgenti per l’Italia insieme a quella fiscale, usi tutti i suoi poteri per far capire agli italiani che chi sbaglia paga. Di sprechi e soldi dei contribuenti spesi male non se ne può francamente più.

Author: Palazzochigi / photo on flickr

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